Un incontro, la nascita di un’amicizia. L’umiltà e la bellezza di un alto ideale.

 

Data l’emergenza sanitaria in corso e le relative restrizioni sugli spostamenti, premetto che nel seguente post, uso, naturalmente, il presente storico. Com’è noto, si parla di “presente storico” quando, per raccontare fatti precedenti al momento in cui si parla o si scrive, si ricorre al presente indicativo invece che a un tempo passato (La grammatica italiana, 2012 – Treccani).

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C. ed io ci conosciamo nell’ambiente in cui lavoro. Un giorno abbiamo occasione di scambiare qualche parola in merito a un argomento di comune interesse. S’incuriosisce rispetto a quanto gli dico e lo incuriosisce la mia persona: mi chiede di poterci incontrare al di fuori, in un caffè.

Durante il primo di questi incontri, afferma che mai avrebbe sospettato che dietro l’aspetto serio e riservato che abitualmente conservo nel luogo di lavoro, “si nascondesse una persona tanto ricca e disponibile”. Accetto l’apprezzamento, ma replico che – in generale – siamo tutti più ricchi di quanto sembra; chiarisco altresì quanto poco tempo abbia a disposizione, impegnato come sono. Essere assai impegnato è in gran parte una mia scelta, è vero, ma certo non mi rende disponibile quanto vorrei.

Dopo la lunga serata nella quale conversiamo sui temi più svariati, ci risentiamo; mi cerca spesso e i nostri incontri proseguono.

In uno di questi incontri mi definisce una persona benevola e molto gentile, persino “uno scrigno di saggezza”, coerente con quanto ho scritto nel mio libro “Gratitudine, Via d’amore e saggezza”, libro che, dopo esserci conosciuti, si è affrettato a leggere.

Gli sorrido e mi schermisco, citandogli il mistico indiano e sufi Hazrat Inayat Khan: “La saggezza è come l’orizzonte: più ci si avvicina a esso, e più retrocede”. Insiste e si profonde in elogi che sento eccessivi, ma sinceri.

Cerca la mia amicizia.

 

Caro C., desidero dirti che, più o meno consapevolmente, siamo tutti in cammino.

Il mio cammino è sostanzialmente definito, ma è ancora assai lungo!

Se avessi la presunzione di pensare d’essere “arrivato”, decreterei la fine del mio progresso.

Questo lo tengo molto bene a mente.

Come ho scritto nel mio libro “Gratitudine, Via d’amore e saggezza”, “mi piace considerarmi un perenne allievo della vita, consapevole che all’apprendere e al comprendere non c’è mai fine, così come al crescere in amore, compassione e forza interiore”.

 

Mi sovviene una frase latina: HUMILITAS ALTA PETIT (l’umiltà eleva).

Difatti, l’umiltà spinge a puntare in alto o, comunque, a salire.

 

Almeno in parte, mi trovo in sintonia con quanto l’onorabile Mahatma Gandhi, nell’aprile 1924, cinquantaquattrenne, dichiarava:

“Non sono che una povera anima che lotta, che brama di essere totalmente buona, totalmente sincera e totalmente non violenta nel pensiero, nella parola e nell’azione, ma sempre incapace di raggiungere l’ideale che riconosco per vero. Ammetto che è un’ascesa dolorosa, ma il dolore che provo nel salire è un assoluto piacere per me. Ogni passo in su mi fa sentire più forte e pronto al successivo”.

“Mahatma” (Grande Anima) è infatti un appellativo sanscrito che M. K. Gandhi mal sopportava, come un peso, e che considerava privo di valore.

 

Forse, non sappiamo ancora bene cosa sia un ideale, quanto potere racchiuda e, se nutrito, con quale forza possa indirizzarci verso la direzione auspicata.

Naturalmente, è saggio scegliere fra gli ideali più elevati.

A scelta compiuta, bisogna vivere l’ideale consapevolmente, mantenendo lo sguardo su di esso.

Cosa non facile, certo impegnativa, ma possibile.

 

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Si può trovare l’equilibrio fra il vivere “ciò che è”, senza quindi negare i propri limiti attuali, e l’aspirare a un ideale elevato, orientando il proprio impegno verso il suo raggiungimento.

Si possono accettare i propri odierni limiti e continuare a guardare oltre, in alto, al fine di superarli gradualmente.

La ferma aspirazione a una vita superiore colma d’amore, saggezza, luce e bellezza, potrà condurci in avvenire a realizzare quell’ideale.

 

 

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