Una lettera per riflettere
Essendo sensibile anche ai temi del burnout e del mobbing, ho deciso di trattare alcuni loro aspetti mettendomi nei panni d’un lavoratore inquadrato professionalmente a un livello medio/basso nel contesto lavorativo di un supermercato. Ho quindi immaginato una lettera che il lavoratore scrive rivolgendosi al direttore, forse suo ultimo canale rimasto mediante il quale comunicare e fare arrivare il proprio disagio all’azienda presso cui entrambi prestano servizio, con la speranza di ottenere ascolto e comprensione anche finalizzati a una più proficua collaborazione.
La lettera ha il solo scopo di fare luce su alcuni aspetti del burnout e del mobbing, favorendo la comprensione nel suo significato più ampio e costruttivo; pertanto, ogni riferimento ad ambienti, luoghi, fatti, persone e cose è puramente casuale.
“Caro direttore,
ho apprezzato il modo cortese con cui si è approcciato a me sin dall’inizio.
Guardandola negli occhi che – come è noto – sono lo specchio dell’anima, ho percepito in Lei una persona dotata di valori ed empatia, perciò ritengo saprà comprendere quanto sto per scriverle.
Ci tengo a farle sapere che, se dovesse avere l’impressione ch’io sia restìo a stabilire una relazione totalmente aperta con Lei e con gli altri responsabili, è dovuto a ragioni e fatti che si sono consolidati nel tempo.
Mi limiterò a riferirle solo alcuni dei più significativi.
Voglio prima giurarle che ho provato infinite volte a coltivare relazioni sane e totalmente aperte con altri direttori e diretti responsabili che si sono succeduti nel corso degli anni, ma quando m’ero finalmente persuaso d’esserci riuscito, è sempre successo qualcosa: improvvisamente, loro adottavano un atteggiamento incomprensibilmente distaccato, e il dialogo veniva interrotto… come se qualcuno li avesse avvisati, forse calunniandomi, che relazionarsi con me in quel modo troppo aperto e cordiale era “pericoloso” e dovevano quindi cambiare modalità.
Invero, a seguito di questi fatti, nel corso del tempo mi sono fatto mille esami di coscienza, e posso affermare con sicurezza che il tipo di buona relazione che ero, anzi, eravamo riusciti a coltivare insieme, non solo non aveva inciso negativamente sul mio rendimento, ma lo aveva accresciuto; nel contempo, la mia correttezza era rimasta quella di sempre, dacché è parte integrante dei miei princìpi e valori.
Ora le descriverò qualche fatto, al fine di farle comprendere il mio disagio.
Vi fu un responsabile che mi disse di essere “un problema per l’azienda” (e commise l’imprudenza di dirmelo dinanzi a una mia collega) e, a giudicare dal subitaneo mutamento dell’espressione del suo volto, sùbito si rese conto d’avere detto ciò che molto probabilmente qualcuno al di sopra di lui gli aveva “confidato”, ma che avrebbe assolutamente dovuto tenere per sé.
Infatti, appena si allontanò da me, notai che ricevette una telefonata, e la successiva consegna di lavoro me la comunicò balbettando con il viso pallido e preoccupato, dacché ciò che m’aveva detto non avrebbe dovuto scappargli di bocca.
Naturalmente, io non ricevetti scuse né spiegazioni da alcuno.
Si andò avanti come se nulla fosse accaduto.
Le chiedo se questo sia un modo di agire corretto e rispettoso nei confronti del lavoratore.
Eppure, ho sempre svolto il mio lavoro con la massima diligenza e, glielo assicuro, dai clienti ricevo spesso apprezzamenti e complimenti sia per la mia competenza sia per la mia gentilezza colma di calore umano.
Mi sono spesso chiesto se i vertici aziendali si siano domandati come un lavoratore cosciente di essere considerato “un problema” possa lavorare sereno, dare il meglio di sé e sentirsi “incluso” (termine oggi tanto di moda) nell’azienda ovvero nel proprio gruppo di lavoro.
Che forse vogliano proprio farlo sentire escluso?
Le confido che fra le cose che più m’è difficile tollerare, vi è la bieca ipocrisia.
È infatti accaduto che dei responsabili – alcuni dei quali hanno poi anche ottenuto un avanzamento di grado – che mi hanno fatto apertamente del male, mi abbiano in seguito salutato (quando ne hanno avuto voglia) come se nulla fosse mai avvenuto e, in alcuni casi, mi abbiano pure chiesto: “Come stai?”.
Spesso li ho guardati incredulo, allontanandomi appena mi è stato possibile per fare in modo che la rabbia che mi era montata potesse placarsi.
Di fatto, non riesco ancora a persuadermi di come un’azienda possa premiare il servaggio e, forse, mal considerare la rettitudine.
È pure accaduto che stessi male in azienda senza venire soccorso; così com’è avvenuto che avessi un’urgenza medica prima dell’inizio del mio turno di lavoro, rendendo indispensabile un esame diagnostico d’emergenza, e nonostante i responsabili ne fossero venuti al corrente, nessuno di loro mi chiese nulla sul mio stato generale di salute, quando invece, in quell’occasione, sarebbe stato il caso di farlo.
Mi amareggia poi tanto che io, per avere voluto difendere dei diritti fondamentali rimanendo con la schiena dritta in periodi in cui molti tristemente la piegavano, sia stato pesantemente punito per via di norme illecite e illegittime, lesive dei più basilari diritti umani, applicate con quel gelido rigore che fa accapponare la pelle e che riporta la mente a dei tempi passati che speriamo non tornino più, ma di cui a volte si avverte ancora l’oscura presenza.
Che quei tempi non tornino più dipende invero da tutti noi, dalla nostra determinazione a disapplicare fermamente quelle norme che violano palesemente i diritti naturali e fondamentali dell’essere umano.
Un altro fatto assai significativo.
Come ben sa, tutte le grandi aziende si sono verosimilmente dotate di una “Policy” sulle molestie, il bullismo, eccetera nel luogo di lavoro (cosa lodevolissima): lo ha fatto anche quella in cui presto servizio. Ebbene, ben oltre un anno fa feci una segnalazione pertinente in azienda, usando uno dei canali suggeriti, per fatti molto gravi avvenuti qualche tempo prima, ma nessuno, ad oggi, mi ha ancora risposto o tentato di contattarmi per un colloquio, al fine di capire cosa fosse accaduto.
Ciò può significare solo due cose: la prima è che le segnalazioni da gestire sono talmente tante ed io sono, perciò, ancora in coda; la seconda è che la mia segnalazione è stata completamente ignorata.
In realtà, questa seconda ipotesi è quella, a mio avviso, più plausibile.
Per l’azienda è forse meglio pensare, e magari far credere a Lei e agli altri responsabili, ch’io sia un tipo “strano”, un mezzo paranoico o, addirittura, “un pazzo” sistematicamente ingannato dalle proprie “percezioni” alterate.
A questo riguardo, mi sono rivolto a una specialista professionista del ramo (anche in quest’ambito ho una preferenza per le donne) che s’occupa anche di mobbing e di burnout. Alla dottoressa ho descritto un po’ le dinamiche aziendali e i comportamenti attuati nei miei confronti (ma non solo) nel corso degli anni; e mi creda che riportarli qui occuperebbe davvero troppo spazio.
La specialista mi ha poi posto molte domande, e dopo avermi rassicurato sul fatto che sono assolutamente sano di mente, mi ha detto che gran parte di ciò che ho subìto, oltre ad altro da lei identificato, è costituita da classici atti di “Gaslight”, una delle forme più subdole e dannose di manipolazione psicologica.
Il Gaslight, nemmeno sapevo cosa fosse.
La dottoressa me lo ha spiegato… e ho capito che aveva ragione.
Mi ha dato dei suggerimenti su come proteggermi e difendermi.
Se non ci fossero stati anche tutti i familiari, i parenti, i numerosi amici e finanche vari colleghi e colleghe (della cui stima continuo a godere nonostante le calunnie diffuse nei miei confronti all’interno del luogo di lavoro) a rassicurarmi sulla mia “normalità”, l’azienda mi avrebbe forse distrutto psicologicamente da tempo.
Ma l’azienda che interesse avrebbe nel farlo?
Me lo sono chiesto spesso e l’ho domandato anche alla specialista: l’interesse è forse quello di allontanare o asservire psicologicamente chi resiste al farsi omologare e persiste nell’usare il senso critico, nonché a pensare con la propria testa.
Vi è infatti chi sostiene che in certi ambienti si faccia di tutto per annientare l’autostima del lavoratore attraverso delle strategie comunicative e psicologiche di “infantilizzazione” ossia volte a trattarlo e a farlo sentire come un bambino; di conseguenza, non meritando d’essere trattato come un adulto, in quanto bambino deve solo essere educato o “rieducato” e, quindi, reso ubbidiente.
Sarà davvero così?
Stento a crederlo.
In questo ambiente vi sono pure degli addetti alla sorveglianza che giustamente controllano il luogo di lavoro aperto al pubblico, anche con l’ausilio di videocamere, affinché non si commettano furti.
Ho scoperto da fonti più che attendibili come, in realtà, quegli addetti sorveglino pure i lavoratori – la loro prestazione professionale, i loro gesti, le loro conversazioni – avvalendosi soprattutto di appositi dispositivi tecnologici (immagino che l’azienda non lo ammetterebbe mai); e ho saputo che qualora riuscissero a sorprendere uno di loro a rubare (magari anche con false prove) guadagnerebbero un cospicuo compenso pecuniario, molto al di sopra di quello che guadagnano ogni volta che pescano un cliente a commettere lo stesso reato.
Questo è probabilmente uno dei motivi per cui una di loro mi ha più volte calunniato in passato e continua a farlo: ne ho le prove e, quindi, la certezza.
La cosa che più stupisce è che tutti i responsabili siano obbligati ad ascoltare e a credere alle parole di questi addetti, presupponendo ognuno di loro in buonafede, nonché a mettere in campo conseguenti azioni “punitive” (che certo non qualificherebbero mai come tali nonostante l’evidenza) nei confronti dei lavoratori oggetto delle loro osservazioni o accuse; calunnie nel mio caso.
Purtroppo, il lavoratore non può difendersi poiché vi è assenza di un confronto diretto fra lui e gli addetti alla sorveglianza in merito a quanto sostengono a suo riguardo; forse perché ciò che fanno è illegittimo ovvero illegale?
D’altro canto, i responsabili, in base alla mia lunga esperienza, non si confrontano mai direttamente con il lavoratore sullo stesso tema.
Al lavoratore, nessuno chiede niente.
Non ha voce in capitolo.
Non può quindi confutare le osservazioni, le accuse e tantomeno le calunnie a lui rivolte.
Per il lavoratore, questo è un’ulteriore causa di rabbia e frustrazione.
Egli forse le gestisce e mitiga se è dotato di un buon livello di consapevolezza, se è dedito alla pratica psico-spirituale, se può contare su buoni amici e se trova il tempo per dedicarsi ad attività salutari e gratificanti.
Dal momento in cui ho acquisito le informazioni di cui sopra, ho collegato molti puntini tra di loro, e mi è stato possibile darmi una chiara spiegazione del perché tali addetti alla sorveglianza siano particolarmente attenti ai movimenti dei lavoratori sul lavoro.
Premesso che costoro non sono certo tutti uguali e ve ne sono di rispettosi, vi è una di loro (e mi è difficile capire come una donna possa agire in tal modo) che è particolarmente sfacciata: spesso compare in modo totalmente inaspettato dove sto lavorando e, senza dire una parola (rarissimo è il saluto da parte sua), mi gira intorno come una zanzara smaniosa di pungere: si mette alle mie spalle o di fianco o talora di fronte, mi osserva con insistenza, perlustra le immediate vicinanze di dove lavoro…
Che cosa cerca? Cosa pensa di trovare?
A mio avviso sa bene di non trovare nulla, ma forse spera che il suo atteggiamento sortisca in me qualche effetto turbativo che, però, sino ad ora, non ha mai avuto la soddisfazione di ottenere.
Probabilmente, l’intento di costei è quello di provocare in me delle reazioni scomposte e trovare quindi una giustificazione per farmi licenziare.
Di fatto, so che ogni volta che è presente, riferisce cose negative sul mio conto che, come già detto, non sono soltanto delle bugie, ma sono sovente delle calunnie assolute.
Perché lo fa?
Agisce autonomamente?
È forse spinta da qualcuno che ha interesse nel causarmi difficoltà e problemi?
La sorvegliante in questione lo saprà di certo…
Alla luce di questi fatti, com’è possibile sentirsi parte dell’azienda, coltivare delle relazioni con i responsabili basate sulla fiducia reciproca, sentirsi a proprio agio nel proprio luogo di lavoro e dare il meglio di sé?
È mai possibile sia così difficile avere un dialogo aperto e sincero in questa azienda?
È mai possibile che il lavoratore sia considerato solo un “esecutore”, nemmeno meritevole dell’attenzione necessaria per giungere a una relazione rispettosa, trasparente e volta alla risoluzione dei problemi che sono d’impedimento a creare un clima ideale per generare benessere e lavorare al meglio?
Perché i fatti che ho esposto in questa lettera, concorrono pure a creare nel lavoratore la sindrome di “burnout”, la cui definizione si riferisce metaforicamente a un incendio della persona (il verbo to burn significa, in inglese, “bruciare”).
Questa sindrome è stata analizzata e spiegata magistralmente da Pascal Chabot nel suo libro “Burnout globale” (edizione italiana: Edizioni San Paolo, 2014).
Concludo, gentile direttore, con qualcosa di leggero, un fatto apparentemente di poco conto, ma invero significativo: la consolidata abitudine di chiamare “Signori” solo i lavoratori inquadrati da un certo livello professionale in poi, mentre tutti gli altri sono chiamati per nome e/o per cognome.
Che forse per l’azienda questi ultimi, dato il loro livello d’inquadramento, non meritino l’appellativo di “Signori”?
Questo fatto, per quanto poco importante possa sembrare, mi pare un chiaro esempio di come non si voglia intervenire nemmeno su una discriminazione così palese e che, a motivo delle caratteristiche del nostro lavoro, è sempre ben evidente pure alla clientela.
A tale riguardo, nel corso del tempo, diversi clienti mi hanno domandato: “Perché alcuni di voi vengono chiamati Signori e altri no?”.
Sovente ho risposto che bisognerebbe chiederlo ai responsabili di tali distinguo.
Penso che a volte basterebbe davvero poco per dimostrare di voler riconoscere al lavoratore la propria dignità ed essere realmente “inclusivi”.
Desidero sappia che questa lettera non è stata scritta con l’intelligenza artificiale, ma interamente da me che sono un essere umano, il quale oltre a pensare, sente, dacché oltre ad avere un cervello possiede un cuore.
Invero, un essere umano possiede anche un’anima e uno Spirito.
Proprio come noi, caro direttore.
Sono certo che capirà l’intento totalmente costruttivo di questa mia lettera; sono infatti persuaso che così come i lavoratori di tutti i livelli d’inquadramento hanno margini di miglioramento, ce li hanno anche le aziende presso cui prestano servizio.
A volte si dev’essere davvero creativi per tentare di essere ascoltati e, forse, compresi.
Mi creda: ho provato invano molte strade.
Potrei riferirle molti altri fatti e condividere altre riflessioni, ma mi sono dilungato abbastanza e per ora mi fermo qui.
Se deciderò di proseguire o se vi saranno novità rilevanti, le scriverò magari un’altra lettera, spero un po’ più breve.
Nel continuare ad assicurarle correttezza, diligenza e massima collaborazione, mi congedo da Lei, caro direttore, e la ringrazio infinitamente per la pazienza con cui ha letto le mie parole”.